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Ci
si concentra, comunemente, quando si presta attenzione a qualcosa,
quando si producono idee, quando si esprimono giudizi., quando si
apprendono nozioni, quando si compiono azioni complesse, ecc.. ecc.
Tutti
noi abbiamo questa esperienza della concentrazione. Qualche volta
abbiamo sperimentato con noi stessi quanto possa essere difficile ed
arduo concentrarsi. Sappiamo tutti che concentrarsi in certi
determinate condizioni è molto più difficile: quando si sta male,
quando si sta scomodi, quando si è distratti da stimoli forti e
disturbanti, quando si è attratti da pensieri fuorvianti o da
preoccupazioni intense… Quindi la concentrazione è una attività
non facile e faticosa tant’è che spesso ci stanchiamo di prestare
attenzione in modo profondo. Esistono metodi e suggerimenti, ormai
diffusi, di come riuscire ad ottenere e potenziare la nostra
attenzione così da poter imparare a leggere velocemente, scrivere
speditamente ecc. Lasciamo volentieri a questi esperti la
trattazione dell’argomento in tal senso inteso.
Ma
la capacità di concentrare la mente sulla attività del
“pensare” non è l’unica potenzialità mentale che possediamo
Esiste, infatti, la possibilità di orientare la
concentrazione a un altro scopo: la capacità percettiva della
mente. Se ne è parlato già a proposito dell’abbandono perché
quest’ultimo è il presupposto ideale per questa funzione
concentrativa sulle sensazioni prodotte dagli stimoli che giungono
agli organi di senso: tatto, gusto, vista, olfatto, udito.
Questa
capacità concentrativa che chiameremo Focalizzazione Sensoriale è
la massima espressione della integrazione fra corpo e mente. Infatti
gli stimoli sono fisici e giungendo all’organo di senso vengono
trasformati biologicamente in impulsi che attraverso le terminazioni
nervose possono risalire al cervello, inteso come organo. Quello che
chiude il cerchio è la capacità della mente di raccogliere le
sensazioni prodotte da questi stimoli e trasformarle in percezioni
vivibili e “godibili” dalla mente e quindi dall’individuo.
Ecco che si è compiuto il circolo virtuoso del “piacere”, che
è qualcosa di vissuto interiormente. Qualcosa di immateriale, a
partenza però da input fisici e quindi materiali. Mente e corpo si
sono fusi e hanno prodotto le sensazioni, elaborato le emozioni,
concretizzato i sentimenti. Tutto questo è l’intima essenza della
vita biologicamente intesa, altro è l’aspetto esistenziale della
vita che però esula dalle nostre competenze per scivolare nel campo
ancor più esteso e complesso del rapporto con la morale, la fede,
l’umanità, la filosofia della vita.
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